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Progetto Generazione Z: esiti dell’analisi preliminare a 2 mesi

L’analisi preliminare dei questionari compilati da bambini e adolescenti, nell’ambito del progetto di rilevazione “Generazione Z”, fornisce già importanti indicazioni sui meccanismi di adesione, sul contesto sociale e tecnologico in cui vivono i minori e […]

L’analisi preliminare dei questionari compilati da bambini e adolescenti, nell’ambito del progetto di rilevazione “Generazione Z”, fornisce già importanti indicazioni sui meccanismi di adesione, sul contesto sociale e tecnologico in cui vivono i minori e sui rischi cui sono esposti a causa di comportamenti errati. Purtroppo l’iniziativa ha iniziato a funzionare solamente dopo il contatto diretto con gli interessati (i minori), principalmente a causa della pressoché totale indifferenza di istituti scolastici e genitori. Proprio questi ultimi, stando all’analisi svolta, risultano essere l’anello debole della catena nella protezione dell’esperienza online dei minori, poiché non conoscono abbastanza le moderne tecnologie né i rischi da esse derivanti e violano le più basilari norme regolamentari e di buon senso, avallando comportamenti errati e contribuendo così ad esporre i propri figli a rischi di vario genere. Questo articolo ha lo scopo di illustrare i principali esiti dell’analisi preliminare svolta sui questionari finora raccolti, ma il progetto di rilevazione andrà avanti fino a fine 2016. Se non hai ancora aderito, puoi farlo in qualsiasi momento.

Il 15 aprile di quest’anno ho finalmente avviato il sondaggio online dedicato alla cosiddetta “Generazione Z”, quella dei nativi digitali, bambini e ragazzi nati in piena era digitale (orientativamente fra il 1996 e il 2010) e cresciuti in una società sempre più social e iperconnessa. Invito chi volesse consultare maggiori dettagli sulle finalità e le modalità del sondaggio a leggere l’articolo dedicato.

A 2 mesi dal lancio, ecco un primo aggiornamento sull’andamento del sondaggio e sulle rilevazioni di massima, nonché un’anteprima sulle più interessanti deduzioni tratte dall’analisi preliminare. I risultati conclusivi verranno pubblicati in un apposito report ad accesso pubblico che verrà inviato in anteprima agli istituti scolastici aderenti all’iniziativa.

 

Sei ancora in tempo!

Se non hai ancora chiesto ai tuoi figli o ai tuoi alunni di aderire al progetto di rilevazione sei sempre in tempo, la rilevazione si concluderà a fine 2016. Per gli istituti scolastici interessati c’è anche l’opportunità di definire un progetto didattico, per sensibilizzare gli studenti sui rischi dell’esperienza digitale moderna e sui giusti comportamenti da adottare, con appositi workshop educativi da realizzarsi in aula o in auditorium.

Ricordo anche che per partecipare è sufficiente compilare il questionario online anonimo (disponibile anche in formato cartaceo), bastano circa 20-25 minuti di tempo da sottrarre possibilmente all’utilizzo di smartphone, tablet e console di gioco o a quegli immancabili momenti di noia di cui soffrono sempre più adolescenti.

 

Considerazioni sull’adesione


Genitori e istituti scolastici indifferenti, minori molto interessati

L’idea di un sondaggio sull’esperienza online dei minori risale alla fine del 2015 e per realizzarla in maniera soddisfacente sono stati necessari circa quattro mesi di disegno, allestimento, prova e affinamento del questionario, sia per la compilazione cartacea che per quella digitale. Durante tale periodo ho ricevuto un buon supporto da alcuni amici e dai soci dell’associazione di promozione sociale Rete Progetti, grazie ai quali ho raccolto una decina di questionari compilati che mi hanno consentito di adattare al meglio le domande e risolvere qualche piccolo problema.

A partire da metà aprile, ho deciso di diffondere il più possibile l’iniziativa agendo su più fronti, poiché per il successo di un progetto di rilevazione servono sia un questionario ben strutturato, sia una base statistica sufficiente a fornire indicazioni più realistiche possibile. In tal senso, il fatto che il questionario sia composto da ben 100 domande costituisce certamente un importante ostacolo verso la spensierata e larga adesione, nonostante la compilazione richieda non più di 25 minuti di tempo ai diretti interessati. Infatti, stante l’assoluta anonimia della rilevazione, la costruzione di un profilo significativo del singolo aderente, che fosse in grado di fornire utilissime indicazioni in sede di analisi e comparazione, non consentiva la suddivisione del questionario in questionari più brevi e agevoli da compilare, in quanto non riconducibili al medesimo soggetto e, di conseguenza, non correlabili.

Ho quindi pubblicato il questionario su tutti i canali social di cui dispongo (Facebook, Twitter, Linkedin e Google+) e che raccolgono una base di utenza di oltre 1.000 fra follower e contatti. Poi ho inviato un messaggio email a tutti i miei contatti potenzialmente interessati, circa una cinquantina di genitori di nuclei famigliari con figli in età utile. Ho quindi inviato un messaggio email agli oltre 100 istituti comprensivi (elementari e medie) e superiori della provincia di Padova.

Tutto ciò ha prodotto la bellezza di due sole adesioni e assolutamente nessuna risposta da parte dei genitori contattati, né tanto meno dai numerosi istituti scolastici, nonostante la prospettiva di presentare i risultati ai ragazzi e ai genitori in appositi incontri dedicati all’interno di un progetto didattico. Praticamente nessun riscontro neanche dai social, in particolare da Facebook attraverso il quale sono in contatto con diversi genitori. Silenzio totale, indifferenza assoluta. Persino a fronte di sollecitazioni dirette, poche promesse e nessun riscontro effettivo.

Preso atto dell’evidente indifferenza dei genitori verso il tema della sicurezza dei minori (dei loro figli) in relazione alle moderne tecnologie digitali e ad Internet, ho maturato l’idea di rivolgermi ai diretti interessati, senza intermediari.

Ho quindi individuato le principali comunità di adolescenti sui social network (in particolare su Google+) e ho pubblicato lì l’iniziativa, chiedendo ai ragazzi di aderire attraverso la compilazione del questionario. Boom! In poche settimane ho raccolto decine e decine di adesioni con un’ottima partecipazione in termini di condivisione e supporto del progetto di rilevazione. Qualcuno si è lamentato della lunghezza del questionario, ma molti hanno fornito risposte di qualità, contribuendo alla costruzione di una buona base statistica.

Il messaggio che si può trarre è chiaro: l’ostacolo alla riuscita dell’iniziativa sono i genitori e gli istituti scolastici, proprio i soggetti che dovrebbero avere maggiormente a cuore la sicurezza dei minori.

Probabilmente a causa della scarsa sensibilità sui temi trattati, l’ancor più scarsa comprensione dell’iniziativa e delle finalità, o la reazione timorosa che spesso si registra quando vengono affrontati argomenti seri e di un certo spessore. Nel complesso, questo fenomeno è facilmente osservabile sui social media, in particolare su Facebook, Instagram e Twitter, dove condivisioni, retweet e like abbondano per gli argomenti futili e sono pressoché assenti su argomenti più profondi e di utilità sociale.

Come non restare profondamente delusi da questa ennesima conferma sulla realtà sociale che ci circonda?

 

 

Risultati preliminari

Vediamo ora quali sono i principali risultati dei primi due mesi di rilevazione a seguito di un’analisi preliminare e non correlata, giusto per dare un’idea delle potenzialità dell’iniziativa.

 

Il contesto rilevato

L’analisi preliminare, svolta sui dati finora raccolti, evidenzia come la quasi totalità dei rispondenti abbia un indirizzo email e uno smartphone personale e, in casa, una connessione ad Internet, una connessione senza fili e almeno un personal computer. Ciò conferma che la Generazione Z vive realmente immersa in un mondo iperconnesso e iperdigitale.

La fascia maggiormente rappresentata fra i partecipanti al sondaggio è quella dell’adolescenza intermedia (13-15 anni), mentre in generale l’età varia fra i 9 e i 18 anni andando quindi a coprire tutto il target prefissato. Le classi scolastiche più rappresentate vanno dalla terza media alla terza superiore. Al momento, il 61% dei rispondenti è di sesso femminile e il 39% di sesso maschile. Uno su due usa occhiali da vista, principalmente per miopia.

Il dispositivo più utilizzato dai minori è ovviamente lo smartphone, seguito in lontananza dal tablet e dal personal computer: i ragazzi non ne possono proprio fare a meno, tanto che, pur di continuare ad utilizzarlo, ad uno su due capita di andare a letto troppo tardi, uno su tre rinuncia a studiare, uno su quattro non riesce a concentrarsi su qualcosa oppure rinuncia a guardare il programma televisivo preferito o ancora riferisce di dormire male.

 

Il rapporto dei minori con i social media

Il social media più utilizzato dai minori è in assoluto YouTube, a seguire Instagram e solo dopo arriva Facebook. Molto utilizzati anche Google+ e Twitter. Eppure sono ancora in tanti, nel campione esaminato, a confondere Internet con il Web e a non saper collocare le varie tipologie di connettività utilizzate per accedere ad Internet.

Chat, tag, selfie e follower sono i termini più conosciuti, insieme a privacy, pedofilia e cyberbullismo, mentre sono praticamente sconosciuti grooming, baiting, gambling, wealfie, vamping e Hikikomori, nonostante alcuni di questi ultimi concetti siano spesso presenti nella loro vita digitale.

La maggior parte ha registrato il primo account social fra gli 11 e i 15 anni, e c’è un 38% che l’ha fatto prima dei 13 anni ufficialmente richiesti dalle piattaforme social. C’è chi l’ha fatto da solo e chi con l’aiuto dei propri genitori, mentre più raramente si ricorre ad amici e parenti.

Molti dichiarano di aver configurato con attenzione le impostazioni privacy del proprio profilo social e di essere consapevoli se il proprio profilo è pubblico o privato. Concedere like, visualizzare foto e video, consultare le notizie e commentare sono le attività preferite, ma un certo rischio deriva dalla pericolosa disinvoltura con cui troppi concedono l’amicizia a persone completamente sconosciute, basta che abbiano amicizie o interessi in comune.

 

Il rapporto con l’instant messaging

Praticamente tutti usano applicazioni di instant messaging come Whatsapp, WeChat, Telegram e Snapchat, il 68% prima dei 16 anni richiesti per l’iscrizione. Due minori su tre riflettono bene sull’opportunità di pubblicare qualcosa, controllano l’eventuale presenza di altre persone nei gruppi di discussione e spesso inviano ad altri foto o filmati che li ritraggono. La maggior parte verifica anche la composizione dei gruppi di discussione prima di condividere informazioni personali. Uno su due ha provato ansia, rabbia o delusione nell’uso dell’instant messaging e molti si sono detti pentiti per aver inviato messaggi d’istinto a qualcuno. In crescita il fenomeno del vamping, ovvero la pratica di chattare fino a notte inoltrata, che interessa ben due minori su tre.

 

La tutela della privacy personale

Il 40% ritiene un problema mostrare la propria personalità online, mentre il 47% è possibilista. Foto e video personali, problemi giudiziari, viaggi e spostamenti sono le informazioni da mantenere più riservate, mentre non hanno particolari problemi a rendere pubbliche le origini razziali o le credenze religiose. Fra le informazioni più condivise sui social ci sono le passioni personali, nome e cognome, preferenze personali, data di nascita, scuola e orari di frequentazione. Uno su due afferma di disabilitare regolarmente la geolocalizzazione sui propri dispositivi.

 

Protezione dell’accesso: troppa disinvoltura con le credenziali

Nella scelta delle proprie password usano spesso parole complicate, ma purtroppo anche informazioni facilmente indovinabili come la data di nascita, il nome o il cognome e sequenze di numeri. Fortunatamente due su tre creano password di almeno 8 caratteri usando sia lettere che numeri. Due su tre comunicano le proprie credenziali d’accesso ai genitori, agli amici o ai compagni di scuola, spesso ottenendo in cambio di conoscere le loro. Insomma, c’è un certo ricorso alla libera circolazione delle credenziali che invece dovrebbero essere mantenute accuratamente riservate.

 

Musica e film: copyright totalmente ignorato

Praticamente tutti ascoltano musica in formato MP3 sui propri dispositivi, mentre solo uno su tre conserva e consulta film, filmati e videoclip. Ma li ottengono legalmente? Purtroppo no, nonostante il 91% sia consapevole che è illegale usufruire di contenuti protetti da copyright senza averli regolarmente acquistati e l’84% sa bene che è un reato condividerli per profitto o lucro. Musica e video vengono principalmente ottenuti estraendoli da YouTube, scambiandoli con amici e compagni, oppure scaricandoli da Internet con software di peer-to-peer (P2P) come Emule e Torrent, tutte pratiche in palese violazione delle leggi sulla tutela del copyright. Uno su quattro guarda film su siti illegali di streaming, mentre solo il 13% fruisce di regolari servizi a pagamento.

 

Dipendenza da sostanze: caffè e alcol in eccesso

Fra le sostanze assunte abitualmente dai minori spiccano la caffeina, l’alcol, la nicotina e la cannabis, mentre le bevande energetiche più bevute sono Redbull, Monster, Energia, Burn e Cannabis. Fortunatamente il consumo di bevande energetiche è molto basso, nettamente inferiore a quello di caffè e alcolici. Molto raro anche il fumo di sigaretta registrato nel campione.

 

Giochi digitali: rischio di dipendenza e sentimenti negativi

In tema di gioco digitale, il dispositivo più usato è lo smartphone, che ha nettamente sorpassato le console di gioco, mentre persiste un certo ricorso ai giochi online sul Web. Il dato positivo è che nessuno ha dichiarato di giocare ai giochi d’azzardo online e quasi tutti sono consapevoli che questo specifico intrattenimento è vietato ai minori. Purtroppo uno su tre utilizza regolarmente giochi vietati ai minori di anni 18 e palesemente inadatti poiché contraddistinti da linguaggio scurrile, violenza, assassinio, odio, discriminazione e pornografia. Eppure l’80% dichiara di conoscere il sistema PEGI utilizzato per indicare l’età minima consigliata per ciascun videogioco.

Abbastanza sconvolgente il fatto che quasi la metà del campione gioca quotidianamente da un minimo di un’ora fino a 4 ore e due intervistati su tre interrompono solo quando sono stanchi di giocare (e i genitori dove sono?).

Sebbene debba ancora analizzare la relazione con le altre forme, la dipendenza dal gioco è sempre in agguato, visto che quasi la metà dichiara di sentire l’esigenza di ricominciare a giocare dopo aver smesso, soprattutto se il gioco è nuovo o particolarmente stimolante. Anche sul piano delle emozioni generate dal gioco digitale non va meglio, visto che fra i sentimenti più provati dai giocatori minorenni troviamo tristezza, insoddisfazione e noia, oltre a rabbia, odio e violenza quando vengono obbligati a smettere dai genitori o viene loro impedito di giocare.

Il 17% dichiara di pensare spesso al suo videogioco preferito mentre è scuola o sta studiando a casa, percentuale che sale al 60% se si include chi ci pensa un po’ meno spesso. Ad uno su due è capitato di non riuscire a studiare o finire i compiti pur di continuare a giocare ai giochi digitali, mentre uno su quattro ha rinunciato a svolgere attività sportive, ricreative, all’aperto o con gli amici pur di restare incollato allo schermo. Uno su due colloquia con altri giocatori, spesso sconosciuti, attraverso la chat integrata nei videogiochi.

 

Cattive esperienze online: più frequenti di quanto si immagini

Uno su quattro è stato vittima di calunnie, ingiurie, offese o diffamazione online o via instant messaging (in particolare per opera di compagni di scuola o sconosciuti) o di sostituzione di persona. Uno su dieci è stato vittima di minacce, persecuzioni, molestie o episodi di cyber bullismo. Più elevato il numero di coloro che affermano di conoscere qualcuno cui sono capitati episodi analoghi.

Il 15% circa ha calunniato, ingiuriato, offeso o diffamato qualcuno sul Web o via instant messaging (soprattutto sconosciuti o compagni di scuola) o si è sostituito a qualcun altro. Pochi coloro che hanno confessato di aver minacciato, perseguitato, molestato o attuato azioni di cyber bullismo verso qualcun altro, in particolare nei confronti di sconosciuti.

 

Nudità, sexting e pedo-pornografia: numerose situazioni a rischio

Uno su tre utilizza la webcam per parlare in video con altre persone, fortunatamente il più delle volte in maniera responsabile: solo il 2% ha usato la webcam in situazioni provocanti o di nudità, il 4% non l’ha mai fatto ma dichiara che gli piacerebbe farlo, mentre al 6% del campione è stato espressamente chiesto di farlo.

Il 16% degli intervistati dichiara di conservare nel proprio smartphone foto o filmati che li ritraggono in situazioni provocanti o di nudità, mentre il 17% conosce qualcuno che fa altrettanto. In un caso su quattro, il soggetto ritratto nelle foto e nei filmati conservati negli smartphone degli intervistati è un minorenne: ciò configura il reato di pedo-pornografia per il quale sono perseguibili anche soggetti di minore età. Inoltre, fra le tipologie di contenuti inappropriati cui accede normalmente oltre la metà del campione, spiccano il linguaggio scurrile, sesso esplicito, offese, violenza, razzismo, discriminazione, odio, intolleranza e bullismo. Uno su tre accede a contenuti pornografici.

 

Grooming: tentativi di adescamento online

Un minore su dieci, in maggioranza di sesso femminile, ha ricevuto contatti via chat o sui social da parte di persone, conosciute o sconosciute, con intenzioni nocive, imbarazzanti o dannose. Le reazioni più frequenti sono, in alcuni casi turbamento e paura, in altri (purtroppo) indifferenza, divertimento e curiosità. Nei casi peggiori, ad esempio bullismo, gravi offese, minacce o molestie, solo un minore su tre decide di informare qualcun altro di ciò che sta subendo.

Uno su cinque arriva a ricevere proposte di incontro da parte di sconosciuti: in questi casi, uno su due non risponde, uno su quattro risponde che non accetta, qualcuno accetta solo se interessato, alcuni accettano di incontrarsi ma poi non si presentano, altri accettano e si presentano da soli (4%) o accompagnati da qualcuno (7%). Solo uno su tre informa qualcun altro, ad esempio i propri genitori, di aver ricevuto una proposta di incontro da sconosciuti.

 

Educazione e sensibilizzazione

Il 73% del campione afferma di aver ricevuto suggerimenti utili su come usare Internet, i social media, le chat, le app di instant messaging o i dispositivi digitali in genere, principalmente da parte di genitori, insegnanti ed esperti. In caso di eventi spiacevoli, l’80% saprebbe a chi rivolgersi per farsi aiutare, in particolare ai propri genitori o ad un amico, in alternativa alle forze dell’ordine o ad un compagno di scuola.

Due su tre hanno partecipato a corsi educativi organizzati dalla scuola sull’uso sicuro e responsabile delle moderne tecnologie digitali e di Internet, una buona parte di loro anche in più occasioni, mentre un terzo non ha mai avuto questa possibilità. Comunque, oltre la metà dei ragazzi sono interessati a partecipare a corsi educativi in cui vengano spiegate loro le moderne tecnologie, venga indicato un uso migliore dei dispositivi digitali e si insegni loro a riconoscere ed evitare i relativi rischi. Il 20% è indeciso e il 26% si dichiara non interessato.

Fra i temi maggiormente trattati in classe troviamo soprattutto bullismo e cyber bullismo, seguiti dall’uso responsabile dei social media, forme di dipendenza diverse da quella digitale (droga, fumo, alcol, ecc.), reati informatici, privacy e cyber pedofilia. Si parla poco, invece, di dipendenza da Internet (IAD), dai dispositivi digitali e dal gioco digitale, di copyright, pedo-pornografia, adescamento (grooming) e sexting.

Infine, se i minori potessero migliorare la propria esperienza digitale, agirebbero principalmente sulla velocità di connessione (71%) e sull’invadenza della pubblicità (65%), mentre sono meno sensibili ad aspetti di sicurezza, tutela della privacy e protezione da contenuti dannosi e inadatti alla loro età.

 

 

Conclusioni

 

Diversi comportamenti a rischio per i minori

Il quadro che emerge da questa analisi preliminare preoccupa per particolari aspetti, ad esempio la precoce iscrizione ai social media e all’instant messaging in età in cui non si è sufficientemente maturi per proteggersi dai rischi di un’esposizione sociale continuativa, oppure la scarsa conoscenza delle funzionalità di tutela della propria privacy e l’eccessiva disinvoltura nel concedere l’amicizia a persone del tutto sconosciute dietro le quali potrebbero nascondersi soggetti malintenzionati.

Molti non hanno limiti imposti dai genitori, né sull’uso di Internet e dei dispositivi digitali, né sul tempo di esposizione. Troppi, a mio giudizio, gli intervistati che chattano fino a notte inoltrata, che rinunciato allo studio e alle attività sportive, che vengono lasciati per ore in balia dei videogiochi, spesso fortemente inadatti alla loro età. Aldilà delle mere percentuali, desta molta preoccupazione la generale carenza di buon senso e rispetto verso gli altri nel relazionarsi attraverso le funzionalità sociali virtuali, anche in rapporto alla sessualità.

In generale manca una guida chiara e decisa, che può venire solo dalla famiglia e dalla scuola. Mentre il sistema educativo offre momenti di formazione e sensibilizzazione – ma potrebbe fare molto di più – è impossibile non notare la sostanziale assenza di quella che dovrebbe essere la principale fonte di educazione e guida: i genitori.

 

L’anello debole della catena

Sono troppi i genitori a tollerare l’uso di Internet e dei dispositivi digitali in completa autonomia e in totale isolamento da parte dei figli più piccoli, senza fornire loro alcuna supervisione ed assistenza, senza adottare filtri di sicurezza e senza dapprima informarsi sui rischi correlati all’uso delle moderne tecnologie. Un minore su due, infatti, dichiara che i propri genitori non pongono limiti e non sono a conoscenza di ciò che egli fa navigando in Internet o utilizzando lo smartphone e il tablet.

Spesso e volentieri sono i genitori stessi a violare le norme regolamentari e di buon senso, ad esempio avallando l’iscrizione dei figli ai social media o ai servizi di instant messaging in età inferiore a quella legalmente richiesta. In un caso su due addirittura aiutano il proprio figlio a completarne l’iscrizione. Molti pensano così di poter controllare l’operato e gli spostamenti dei figli, ma la realtà è ben diversa dalla percezione che dimostrano di avere.

Un minore su tre ha dichiarato che i propri genitori hanno pubblicato sui social (Facebook e Instagram) o via instant messaging (Whatsapp) fotografie e filmati che li ritraevano in costume o in biancheria intima, una pratica che viene sempre più sfruttata dai circuiti internazionali di pedo-pornografia e pedofilia. Non è difficile immaginare quanto sia poco piacevole ritrovare fotografie dei propri figli pubblicate su siti Web di pedofilia, corredate dai commenti osceni di tanti estimatori deviati.

Sono i genitori stessi a consentire ai figli la fruizione di videogiochi assolutamente inadatti per l’età e caratterizzati da contenuti diseducativi, violenti, devianti e turbativi. Ciò avviene soprattutto a causa della scarsa resistenza al mantra “ma lo fanno tutti i miei amici!” oppure, peggio ancora, per la colpevole indifferenza. Se due minori su tre affermano di giocare per ore e di smettere solo quando sono stanchi, la causa sta nell’assenza di regole imposte dai genitori e nell’incapacità di coinvolgere i propri figli in attività più sane, educative e stimolanti (la noia è un sentimento abbastanza diffuso nel campione rilevato). Idem per quanto riguarda l’uso smodato e ininterrotto dello smartphone, spesso protratto fino a notte inoltrata.

Inoltre, sono i genitori per primi a violare gli account di posta elettronica o dei social media dei propri figli, probabilmente nella vana speranza di poterne controllare la vita privata, per poi magari tradirne la fiducia pubblicando sul Web discussioni o commenti scambiati privatamente con loro.

Nella catena di protezione dell’incolumità, della sicurezza e della privacy dei minori, l’anello debole è costituito dai genitori.

In qualità di immigrati digitali, non sono minimamente al passo dei figli nell’uso delle moderne tecnologie digitali, non conoscono le pratiche basilari di tutela dei minori e troppo spesso affrontano con disinvoltura ed indifferenza i tanti rischi correlati, senza preoccuparsi a sufficienza delle possibili ripercussioni.

Gli effetti sulle nuove generazioni si notano e sono sempre più misurabili, ma non possiamo immaginare quale sarà l’effetto generale nel lungo termine, quando usciranno dall’adolescenza ed entreranno in una fase più matura e responsabile della propria vita. Saranno all’altezza? Non possiamo saperlo e, in fondo, non ha neanche molta importanza.

Il compito del sistema educativo e della famiglia non è proteggere i minori per tutta la vita né contrastare gli effetti negativi nel lungo termine, bensì dare loro tutti gli strumenti più idonei, in termini di consapevolezza, educazione e sensibilizzazione, affinché possano, crescendo, imparare ad individuare in completa autonomia i potenziali rischi connessi ad un uso scorretto delle moderne tecnologie e ad adottare i giusti comportamenti per prevenirne gli effetti e mitigarne l’eventuale impatto.

Un compito chiaro e semplice, per il quale un genitore su due sta miseramente fallendo.

 

Ettore Guarnaccia

 

Voglio ringraziare i membri delle community di adolescenti, in particolare su Google+, che hanno aderito con entusiasmo al progetto di rilevazione, compilando il relativo questionario. Soprattutto grazie a loro è stato possibile analizzare e presentare i risultati illustrati nel presente articolo.

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