Censorship, World Wide Web

Caso Megaupload: dati in ostaggio, errori commessi e novità in arrivo

Se questo articolo ti è piaciuto, condividilo!Sono passati circa quattro mesi dal blitz dell’FBI e dall’arresto di Kim Schmitz (alias Kim DotCom) nell’operazione Megaupload ma quasi 30 petabyte di dati (30 milioni di gigabyte) sono […]
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Sono passati circa quattro mesi dal blitz dell’FBI e dall’arresto di Kim Schmitz (alias Kim DotCom) nell’operazione Megaupload ma quasi 30 petabyte di dati (30 milioni di gigabyte) sono tuttora in ostaggio delle autorità statunitensi. Un dramma sia per gli utenti proprietari di dati legittimi che non violano alcun copyright, sia per il provider di hosting che è tuttora costretto a mantenere in vita oltre un migliaio di server intestati a Megaupload.

 

Dati in ostaggio e utenti disperati

Diverse associazioni di consumatori e numerosi utenti del web hanno richiesto più volte lo sblocco dei dati legittimi alle autorità statunitensi, finora senza successo. Si tratta di migliaia di persone che utilizzavano il servizio di hosting Megaupload per l’archiviazione e lo scambio di documenti di lavoro, dati aziendali, informazioni critiche e salvataggi vari. Molti di loro hanno subìto gravi ripercussioni personali e lavorative e ancora oggi non vedono alcuna possibilità di riottenere i propri dati.

Essi sono però appoggiati dall’EFF, Electronic Frontier Foundation, associazione legale che opera nel campo dei diritti digitali e della privacy degli utenti, che si è impegnata a vigilare sul caso e ad agire nell’interesse dei clienti Megaupload. Il caso è complesso perché mancano adeguate basi giuridiche per definire e risolvere l’intera vicenda, finora unica nel suo genere, che potrebbe diventare un precedente di riferimento per il crescente numero di service provider che offrono soluzioni di data storage e web hosting.

L’EFF ha recentemente deciso di tornare alla carica presentando un fascicolo alla Corte Distrettuale della Virginia per sollecitare ancora una volta la restituzione dei file legittimi ai rispettivi utenti. In particolare, il fascicolo riporta il caso di Kyle Goodwin, cronista sportivo e proprietario di un sito di informazione sportiva , che utilizzava Megaupload per effettuare copie di backup dei propri contenuti e per il quale il sequestro dell’FBI ha coinciso con la rottura del suo disco fisso. Goodwin sta lottando fin dall’inizio insieme all’EFF per recuperare i propri dati ma finora senza successo.

La richiesta principale dell’EFF alla Corte Distrettuale è quella di studiare ed implementare una procedura che consenta agli utenti di accedere a ciò che è legalmente di loro proprietà, nella speranza di creare un precedente positivo a tutela degli utenti per eventuali futuri casi analoghi.

 

Il provider in difficoltà

Carpathia Hosting era un nome pressoché sconosciuto in Italia prima del caso Megaupload sebbene sia un web hosting provider abbastanza famoso negli USA. Carpathia aveva un contratto con Kim Schmitz per ospitare i dati degli utenti su ben 1.103 server e nessuna responsabilità in merito ai crimini ascritti al suo cliente. Nonostante ciò, Carpathia non ha ancora ricevuto alcuna indicazione dalle autorità USA in merito a cosa fare con quei server per i quali deve sostenere un costo di mantenimento in servizio pari a circa 9.000 dollari al giorno. Non solo, un ulteriore grave danno è costituito dall’impossibilità di cancellare i dati sequestrati e assegnare i server ad altri clienti o svenderli come sistemi hardware di seconda mano. Si tratta, infatti, di sistemi del valore complessivo di 1,25 milioni di dollari e una loro cessione consentirebbe al provider di recuperare una parte degli insostenibili costi di mantenimento.

Alla cancellazione dei dati sequestrati si oppongono innanzitutto le major dell’entertainment che vorrebbero avere a disposizione i contenuti Megaupload per poter così avviare cause legali contro gli accusati, senza però essere disposte a pagare alcunché per il loro mantenimento. Nemmeno le associazioni di consumatori, che sono scese in campo a difesa degli utenti legittimi di Megaupload, sono disposte a pagare per il mantenimento dei dati sebbene si oppongano fermamente alla loro cancellazione e ne chiedano a gran voce la restituzione.

 

Gli errori delle autorità statunitensi

Nel frattempo, il caso Megaupload si è lentamente trasformato in una farsa, principalmente a causa dei numerosi errori commessi dalle autorità statunitensi. Innanzitutto, quello che sembrava essere l’avvio di una serie di chiusure e sequestri a difesa del copyright non ha invece avuto alcun seguito: Megaupload non era di certo il solo servizio di hosting ad ospitare contenuti illegali però è stato l’unico a subire un procedimento di sequestro. Prova ne sia che, dalla chiusura del servizio di Kim Schmitz, il traffico di streaming si è indirizzato sugli altri coraggiosi servizi di hosting che, nonostante la campagna antipirateria quasi esclusivamente mediatica, sono tuttora attivi.

Altro grave errore è stato l’avvio di un procedimento con modalità piuttosto autoritarie ed arroganti senza che ci fossero adeguate basi giuridiche e normative per supportarlo, con una serie impressionante di errori di valutazione e presunzione, dando il via ad un caso giudiziario dall’esito tutt’altro che scontato e che, nell’eventualità di una vittoria di Kim Schmitz, potrebbe diventare un precedente molto pericoloso per le autorità federali statunitensi. Una futura rinascita di Megaupload a conclusione della vicenda costituirebbe infatti un fulgido esempio della sostanziale impotenza delle autorità governative nei confronti di servizi di hosting, almeno finché la materia non verrà adeguatamente trattata in sede legislativa.

Dalla chiusura di Megaupload ad oggi, poi, le autorità non si sono minimamente preoccupate del futuro dei dati sequestrati, lasciando gli utenti in balìa della più totale incertezza. Anzi, esse hanno specificato di non avere alcuna intenzione di analizzare ogni singolo file presente sui server, rifiutando anche la proposta di Carpathia di creare una campionatura dei dati in modo da avere un’idea del loro contenuto senza doverli analizzare uno ad uno.

Infine, ad oggi l’FBI e il Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti non hanno ancora prodotto le evidenze necessarie a dimostrare le accuse mosse verso Kim Schmitz e soci. Alla luce dei numerosi errori commessi e del comportamento tenuto dalle autorità statunitensi è ormai evidente che l’intera operazione è stata ideata, promossa e sostenuta dalle major dell’entertainment, che hanno usato le autorità federali statunitensi come strumento di giustizia personale e privata. Una rappresaglia che, purtroppo per loro, non ha dato i risultati sperati, a dimostrazione, qualora ve ne fosse bisogno, che il Web è comunque più forte di qualsiasi tentativo autoritario di limitazione.

 

Il caso giudiziario

La chiusura di Megaupload sarebbe illegale e incostituzionale secondo il professor Eric Goldman della Santa Clara University School of Law, che definisce il caso “un deprimente sfoggio dell’abuso di potere delle autorità governative. Il governo ha usato il proprio potere di coercizione per ottenere quello che molti proprietari di copyright non sono riusciti a conseguire nelle corti giudiziarie civili”. Secondo Goldman il caso Megaupload “dimostrerebbe le implicazioni del governo statunitense che agisce come delegato degli interessi commerciali privati”, di certo non una grande novità per l’autorità federale USA.

Nel frattempo Kim sta lentamente riacquistando porzioni di libertà ed è già rientrato in possesso di una consistente quota del proprio patrimonio. Su delibera di un tribunale della Nuova Zelanda, paese nel quale risiede, gli sono stati restituiti 750.000 dollari ed alcune vetture del suo strabiliante parco auto, divenuto improvvisamente famoso in seguito alla pubblicazione delle foto relative alle operazioni di sequestro. Kim DotCom può ora spendere fino a 20.000 dollari al mese e ciò non può che favorire le operazioni di difesa giudiziaria una volta che il procedimento vero e proprio avrà inizio.

L’audizione per l’estradizione è fissata per settembre ma ci sono buone possibilità che il tribunale neozelandese non dia soddisfazione alle autorità statunitensi. In più, il giudice statunitense incaricato del processo, Liam O’Grady, ha chiaramente affermato che non è così certo che il procedimento giudiziario avrà luogo, visti i diversi vizi procedurali riscontrati che potrebbero renderlo irrealizzabile. Nel frattempo le accuse di terrorismo e diffusione di pedofilia non sono state prese in considerazione dalle autorità giudiziarie neozelandesi e su Kim pesa solo il reato di pirateria informatica, punibile con una pena massima di quattro mesi di reclusione, ed è altamente improbabile che l’accusato subisca la pena massima prevista.

È di oggi la notizia che i legali di Kim hanno deciso di tirare fuori le unghie presentando una mozione alla Corte federale della Virginia per chiedere l’archiviazione del caso, adducendo a supporto le irregolarità procedurali e la violazione del diritto ad un giusto processo come sancito dal quinto e dal quattordicesimo emendamento alla Costituzione statunitense, in aggiunta all’impossibilità per il governo USA di notificare citazioni ad aziende al di fuori della propria giurisdizione. Insomma, il caso potrebbe finire a tarallucci e vino come nelle migliori tradizioni.

 

In arrivo un documentario e il sistema MegaKey

Donovan Leitch, figlio del famoso cantautore scozzese Donovan, ha intenzione di produrre un documentario su Kim Schmitz e sull’intera vicenda Megaupload. Gli autori sono già in possesso di oltre sessanta ore di riprese con un’intervista a Kim e diverse testimonianze rese da ex impiegati della società neozelandese. Il documentario sarà probabilmente intitolato “Mega Conspiracy” e avrà l’obiettivo dichiarato di raccontare la storia nella sua completezza, senza alcun coinvolgimento diretto di Kim nelle fasi di produzione e distribuzione per salvaguardare ogni regola deontologica.

Ma non è finita qui, perché Kim ha recentemente rilasciato un’intervista a TorrentFreak in cui ha dichiarato di aver allestito una soluzione che permetterà agli artisti proprietari di copyright di guadagnare anche in caso di utenti che scaricano gratis. MegaKey, questo il nome del progetto, è già stato provato con oltre un milione di utenti e funziona come promesso. Entro qualche mese sentiremo parlare di Megabox e di accordi esclusivi con gli artisti, ovvero la creazione di rapporti di pagamento diretti fra utente e artista, senza la mediazione delle major

Il progetto ha già ricevuto il sostegno di alcuni artisti come Snoop Dogg, Will.I.Am, Kanye West e Alicia Keys che hanno espresso su YouTube un parere favorevole sulla piattaforma sviluppata da Kim Schmitz. La Universal si è però precipitata a bloccare il video e a farlo rimuovere da YouTube con un pretesto poco chiaro (senza grande successo), con il chiaro intento di proteggere a tutti i costi i proventi miliardari e il potere che le major acquistano ogni giorno di più grazie alle attuali regole sul copyright.

Chi ha già avuto modo di approfondire gli aspetti legali del copyright, oltre alle proposte di legge SOPA, PIPA, CISPA e al trattato commerciale internazionale ACTA, avrà compreso che le norme sulla proprietà intellettuale non servono a garantire i diritti d’autore degli artisti, bensì gli interessi commerciali ed economici delle major sempre più assetate di soldi a discapito dell’arte vera e propria. Una guerra contro gli utenti che non hanno mai chiesto un accesso gratuito e incondizionato, ma solo un adeguato ridimensionamento dei prezzi che, alla luce dell’attuale crisi economica e dell’effettiva qualità dei contenuti, risultano ampiamente sproporzionati e inducono inevitabilmente la potenziale clientela a cercare strade alternative di fruizione. MegaKey potrebbe essere una soluzione in grado di soddisfare artisti ed utenti attraverso la creazione di un rapporto commerciale diretto, ovviando all’obsoleto modello di mediazione famelica per il quale da tempo, sul Web, non c’è più posto.

 

Ettore Guarnaccia

 


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5 Comments

  1. Utente Megaupload se vuoi i tuoi file devi pagare
    La Procura statunitense sostiene che gli utenti legali di Megaupload saranno costretti a pagare per ottenere i file e backup personali. Ogni giorno la gestione dei server costa 9mila dollari e il conto non spetta allo Stato. L’unica possibilità potrebbe essere quella di denunciare le parti in causa.

  2. USA, di chi sono gli utenti di Megaupload?
    Il DoJ non vuole accontentare il giovane Kyle Goodwin che chiede la restituzione di alcuni filmati amatoriali. Gli utenti del cyberlocker dovrebbero pagare Carpathia per riavere i file, che non sono nelle mani degli States
    http://punto-informatico.it/3536635/PI/News/usa-chi-sono-utenti-megaupload.aspx

  3. USA, i federali copieranno i Megadati
    Un giudice neozelandese obbliga gli agenti statunitensi a copiare 150 terabyte di dati sequestrati all’impero di Megaupload. Le autorità di Washington vogliono processare Dotcom come un rapinatore di banche
    http://punto-informatico.it/3542638/PI/News/usa-federali-copieranno-megadati.aspx

  4. KIM SCHMITZ ANNUNCIA SU TWITTER IL LANCIO DI MEGABOX
    Il ritorno di Kim Dotcom, con «Megabox» all’attacco dell’industria musicale
    Torna il fondatore di Megaupload con una piattaforma musicale che non piacerà alle major discografiche
    http://247.libero.it/focus/22318859/10387/il-ritorno-di-kim-dotcom-con-megabox-all-attacco-dell-industria-musicale/

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