Censorship, In evidenza, Information Security, Media, World Wide Web

IRPILEAKS? Grazie, le faremo sapere…

Se questo articolo ti è piaciuto, condividilo!Nei giorni scorsi è apparsa su diverse fonti online la notizia del lancio di IRPILEAKS, la prima piattaforma italiana di segnalazione anonima messa a disposizione di chi vuole denunciare […]
Se questo articolo ti è piaciuto, condividilo!

Nei giorni scorsi è apparsa su diverse fonti online la notizia del lancio di IRPILEAKS, la prima piattaforma italiana di segnalazione anonima messa a disposizione di chi vuole denunciare illeciti nella pubblica amministrazione, appalti truccati, truffe, frodi, episodi di corruzione, disastri ambientali perpetuati, criminalità organizzata, abusi e soprusi. Uno strumento pensato per chi vuole mandare informazioni confidenziali con la garanzia di restare anonimo e protetto, un vero e proprio sogno per leaker, whistleblower, gole profonde e vedette civiche.

Come vedremo, però, non è tutt’oro quel che luccica.

Dal punto di vista tecnico, IRPILEAKS si affida alla protezione delle comunicazioni promessa dall’infrastruttura TOR (The Onion Router) e alla piattaforma open source “GlobaLeaks” sviluppata da Hermes Center for Transparency and Digital Human Rights, un ente tutto italiano con la missione di “promuovere e sviluppare nella società la consapevolezza e l’attenzione sulla trasparenza e la responsabilità” e con l’obiettivo di “aumentare il coinvolgimento dei cittadini nella gestione di questioni di pubblico interesse e favorire la partecipazione attiva di lavoratori ed impiegati nella corretta gestione delle aziende per cui lavorano”. All’attivo del centro studi Hermes, un paio di inchieste realizzate in ambito alimentare (triplo concentrato di pomodoro cinese e frodi sull’olio d’oliva) e due inchieste in corso d’opera sulle energie alternative e su una grande multinazionale italiana.

Stando alle dichiarazioni pubblicate sul sito del progetto IRPI, “Non esiste grande ‘leak’ che non abbia avuto, prima della sua presentazione al pubblico, un grande lavoro giornalistico di ‘fact-checking’ alle spalle. Le informazioni che verranno sottoposte a IRPI tramite la piattaforma IRPILEAKS verranno quindi accuratamente studiate e solo le segnalazioni ritenute di interesse pubblico verranno affrontate e presentate sottoforma di inchieste giornalistiche da veicolare attraverso i media mainstream”. Interessante, ai fini del giudizio preliminare, la precisazione fornita dal presidente di IRPI, Cecilia Anesi, in un’intervista rilasciata a Tom’s Hardware: “Fare un’inchiesta non vuol dire pubblicare tutti i documenti sensibili dando informazioni di ogni genere in pasto a chiunque. Sia perché potrebbero non essere comprese, sia perché è giusto che ci sia il fact-checking e il controllo di ciò che è giusto tutelare della persona o le aziende coinvolte. Senza contare ciò che è giusto che il pubblico sappia, perché in qualche modo credo che ci voglia un filtro giornalistico, un’analisi per far capire ciò che è importante e ciò che no”.

Queste prime dichiarazioni fanno già sorgere importanti dubbi, che sarei ben lieto di fugare al più presto. In primis, tutto questo grande lavoro giornalistico di fact-checking, ovvero di verifica dei fatti e delle fonti, io l’ho raramente riscontrato sui media in generale e, più specificamente, nelle vicende Wikileaks e Datagate. Nessuno, infatti, ha mai realmente verificato e provato le origini, il background e le reali identità dei protagonisti, a partire da Julian Assange e Edward Snowden, tanto che coltivo ancora molti dubbi su quanto finora raccontato dai media mainstream. La stessa Anesi si contraddice un po’ nel corso della medesima intervista quanto afferma che “Al di là del problema economico, le newsroom hanno difficoltà nel fact checking. Ma non riguarda solo i media italiani, anche gli stranieri non hanno più le risorse e team di avvocati per un controllo accurato”. Ma come? Non aveva detto che dietro le grandi fughe di informazioni ci sono grandi opere giornalistiche di verifica dei fatti?

Mi ha colpito, inoltre, il fatto che non si è ancora partiti e già si parla di filtrare: solo le segnalazioni ritenute di interesse pubblico verranno approfondite e veicolate verso i media mainstream, mentre si precisa fin dall’inizio che si attuerà un filtro giornalistico per individuare cosa è giusto che il pubblico sappia. Qui sorgono spontanei alcuni interrogativi:

  • In base a quali criteri verrà ritenuta di interesse pubblico una qualsiasi segnalazione?
  • In base a quali criteri si deciderà quali elementi, di ciascuna segnalazione, è giusto far giungere all’opinione pubblica?
  • Che pretese di trasparenza è possibile vantare nella scelta di veicolare le eventuali inchieste attraverso i media mainstream, ovvero proprio il principale strumento di censura, distrazione e disinformazione controllato da governi e poteri forti?

L’obiettivo dichiarato è “fare informazione, svelando meccanismi e dinamiche che si nascondono dietro a un accadimento”, ma, mi chiedo, da quando questo è mai stato un interesse dei media mainstream? Ormai anche i più cronici e assopiti telegiornale-dipendenti hanno compreso che i media sono fortemente controllati e che le notizie subiscono una costante ed accurata opera di manipolazione per assecondare gli interessi politici, finanziari ed economici dei poteri di turno, perciò non è poi così credibile che la verità su illeciti, crimini, truffe e corruzione venga giornalisticamente veicolata attraverso questi canali intrisi di falsità e marciume.

Pur non dubitando minimamente dell’assoluta buona fede dei promotori di IRPILEAKS e GlobaLeaks, qualche sospetto nasce dal fatto che fra i principali supporter del centro studi Hermes vi sia la Fondazione <ahref, nel cui comitato scientifico siede Paul Steiger, presidente e direttore di ProPublica, un’organizzazione no-profit con sede a New York avente l’obiettivo di produrre e finanziare giornalismo d’inchiesta nell’interesse pubblico, per distribuirlo a tutte le testate giornalistiche degli Stati Uniti. Più o meno lo stesso format che si prefigge IRPILEAKS.

La stessa ProPublica vincitrice di due premi Pulitzer, uno dei quali per un’inchiesta sull’eutanasia ospedaliera a New Orleans in occasione dell’uragano Katrina. La stessa ProPublica primariamente sovvenzionata da autentici criminali finanziari come Herb e Marion Sandlers, finanziatori anche dell’alquanto controversa organizzazione Media Matters for America di George Soros e fondatori della Golden West Financial che fu al centro dello scandalo dei subprime del 2008, tanto da meritare di essere citati nella lista dei cattivi “25 People to Blame for the Financial Crisis” del Time Magazine. La stessa ProPublica che, nell’ambito delle sue accanite investigazioni sulla crisi finanziaria si dimentica inavvertitamente di citare il fondamentale ruolo dei Sandlers nel crack finanziario dei subprime, ma non di lodarli pubblicamente per la nobiltà del loro sostegno economico. Si può certamente affermare che questo non è un ottimo biglietto da visita per il futuro da piattaforma della verità che IRPILEAKS si prefigge.

IRPILEAKS nasce stranamente sull’onda della recente moda delle fughe di informazioni, in un’Italia che non ha mai realmente brillato per le telecomunicazioni (basti citare la banda molto poco larga rispetto agli altri paesi e la colpevole diffusione del Digital Divide), né per la sicurezza informatica nazionale. Come già anticipato, la piattaforma ha l’ambizioso obiettivo di garantire protezione ed anonimato “per far emergere fatti illeciti che spesso rimangono fuori dai tribunali o non arrivano ai giornali”, anche se è più opportuno dire che ai giornali in realtà spesso ci arrivano, ma non vengono serviti all’opinione pubblica probabilmente a causa del già paventato filtro giornalistico che deve decidere cosa è giusto che la gente sappia e cosa no.

In merito alle garanzie di protezione ed anonimato, dove vengono salvati i dati raccolti e con quali misure di sicurezza vengono protetti? Chi vi può accedere? Chi garantisce che l’infrastruttura di raccolta, conservazione, protezione e analisi dei dati non sia aggirabile o violabile? Chi sono gli incaricati della valutazione delle segnalazioni e quale background di investigazione giornalistica hanno in tema di inchieste scomode?

Il ricorso all’infrastruttura TOR per la protezione e l’anonimato dei mittenti e delle loro segnalazioni non fornisce le garanzie promesse: nel settore dell’information security ormai tutti sanno che TOR nasce come progetto dell’Electronic Frontier Foundation sponsorizzato dal governo statunitense tramite l’U.S. Naval Research Laboratory, il laboratorio di ricerca della marina americana, e che non è così sicuro né anonimo come si viene indotti a credere da svariati sottintesi.

Un attaccante cibernetico sponsorizzato da enti governativi (ad esempio da agenzie di sicurezza nazionale come NSA, CIA o FBI), infatti, potrebbe agevolmente ottenere il controllo di un certo numero di router, Internet Exchange Points (IXP) o Autonomous Systems (AS) e, grazie alla correlazione del traffico passante e al rimbalzo incontrollato delle informazioni all’interno della rete TOR, risalire all’identità del mittente e del destinatario delle comunicazioni. Ma anche senza alcun controllo sugli apparati di gestione del traffico è possibile, seppur con tempi più lunghi, correlare il traffico e ricostruire i dettagli delle comunicazioni TOR. In pratica, senza alcun controllo degli apparati l’80% degli utenti TOR può essere individuato entro sei mesi, con il controllo di un AS è possibile scoprire quasi il 100% degli utenti entro tre mesi, mentre già con due AS basta un solo giorno! Compreso il rischio? I rischi di TOR non si fermano qui e il suo corretto utilizzo non è esattamente alla portata di tutti.

L’attuale legislazione in merito alla segnalazione di crimini ed illeciti, disciplinata nella Legge 6 novembre 2012 n. 190 (PDF) – “Disposizioni per la prevenzione e la repressione della corruzione e dell’illegalità nella pubblica amministrazione” (G.U. n. 265 del 13.11.2012), non protegge del tutto gli eventuali informatori: l’articolo 1 comma 51 della legge, infatti, facendo particolare riferimento al “dipendente pubblico che segnala illeciti”, prevede una forma di tutela parziale, perché “qualora la contestazione (dell’addebito disciplinare, n.d.r.) sia fondata, in tutto o in parte, sulla segnalazione, l’identità può essere rivelata ove la sua conoscenza sia assolutamente indispensabile per la difesa dell’incolpato”. L’indebolimento della tutela dell’anonimato è quindi evidente e riporta la mente ai 35 anni di carcere comminati al whistleblower Bradley Manning per la vicenda Wikileaks.

A questo si aggiunge il rischio reale di inquinamento della base dati delle segnalazioni, purtroppo intrinseco di una piattaforma del genere che fa dell’anonimato uno dei suoi pilastri. Un vero e proprio esercito di troll e debunker è già all’opera da tempo su siti, forum, blog e pagine Facebook di controinformazione e investigazione giornalistica (quella vera), reclutato e ben foraggiato da enti governativi nazionali ed europei, e non attende altro che di cimentarsi su una piattaforma tutta nuova da contaminare a piacimento. Diversi complotti e crimini planetari hanno ancora qualche barlume di credibilità proprio grazie alla loro incessante opera di disinformazione, oltre che alla stupidità e all’assopimento di buona parte dell’opinione pubblica, di certo non perché siano delle operazioni occulte splendidamente organizzate.

In conclusione, i presupposti sui quali si basa IRPILEAKS sono alquanto traballanti: l’anonimità e la protezione dei segnalanti sono tutt’altro che garantite, il sistema di comunicazione è tutt’altro che anonimo e sicuro, l’identità dei whistleblower può essere agevolmente scoperta proprio da coloro che presumibilmente saranno oggetto delle denunce, la piattaforma sembra soggetta ad un elevato rischio di inquinamento, mentre il filtro giornalistico e la diffusione delle inchieste attraverso i media mainstream non forniscono alcun conforto alle eventuali speranze dell’opinione pubblica di poter apprendere verità scottanti. Non ci siamo.

Ma, poiché sono ottimista per natura, voglio credere che il varo di questo nuovo servizio aperto al pubblico possa realmente contribuire a generare ed alimentare vere e proprie inchieste giornalistiche, meravigliosamente dettagliate ed approfondite, sui grandi crimini nazionali, internazionali e planetari che sono stati commessi in passato e che vengono tuttora perpetrati nel più scandaloso e complice silenzio degli stessi media mainstream che dovrebbero veicolare le inchieste di IRPILEAKS. Magari i crimini commessi ad opera o con la complicità di esponenti di governo, politici, funzionari statali, organi militari, magistrati, forze dell’ordine, servizi segreti e grandi corporation nazionali ed internazionali.

Crimini come l’Unione Europea e l’Euro, il furto della sovranità monetaria, la progressiva riduzione della libertà individuale e d’espressione, il continuo vilipendio della democrazia, gli sperperi e gli interessi occulti delle grandi opere (leggi “TAV”), gli ingiustificati investimenti in armamenti militari, l’omertosa copertura di operazioni (leggi “Ustica”) ed installazioni militari (leggi “MUOS”), la geoingegneria clandestina (leggi “Scie Chimiche”), la manipolazione del clima e dell’atmosfera (leggi “HAARP”), i terremoti indotti, la rete internazionale di pedofilia in cui sono coinvolti numerosi esponenti dell’alta società, l’avvelenamento di acqua ed alimenti con OGM e metalli pesanti, i cartelli farmaceutici, l’ostacolo alle cure naturali, il business di farmaci e vaccini, la progressiva distruzione del sistema sanitario e del sistema educativo, gli atti di terrorismo (come 11 settembre e Fukushima), i falsi auto-attentati (cosiddetti “inside job”), le crisi indotte, le ipocrite esportazioni di pace e democrazia, le rivoluzioni pilotate e le guerre decise a tavolino da ambo i contendenti.

Crimini che sono già stati ampiamente documentati da veri giornalisti d’inchiesta e da ricercatori in tutto il mondo, con una letteratura e una disponibilità di evidenze e prove di tutto rispetto che ne denunciano inconfutabilmente fatti, obiettivi e colpevoli. Crimini che, purtroppo, non sono mai stati veicolati né diffusi da alcun media mainstream.

Per indagare su questi crimini, denunciarne i responsabili ed esporre con chiarezza i fatti al pubblico ci vuole il pelo sullo stomaco, spesso bisogna mettere in gioco la famiglia e la propria vita, e non bastano l’allestimento di una piattaforma di whistleblowing o la creazione di un comitato scientifico con una Gabanelli che in oltre quindici anni di Report non è riuscita a cavare dal buco un’inchiesta giornalistica degna di nota in relazione ai crimini sopra citati.

Vorrei che queste righe fossero soprattutto uno stimolo affinché la verità finalmente trionfi e venga esposta al pubblico senza filtri né ostacoli. Se qualcuno crede in questa iniziativa, può partecipare attivamente alla campagna di crowdfunding avviata da IRPI su Indiegogo. Da parte mia, un primo elenco, purtroppo non esaustivo, di argomenti sui quali è urgente e doveroso indagare l’ho fornito, non resta che aspettare e vedere quali scottanti inchieste giornalistiche fioriranno dalla neonata piattaforma IRPILEAKS, per poi essere diffuse da giornali e telegiornali, nella speranza che non si limitino al passato di pomodoro o all’olio d’oliva.

 

Ettore Guarnaccia

 


Se questo articolo ti è piaciuto, condividilo!

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.