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Flipped classroom: la nuova missione del sistema scolastico

Se questo articolo ti è piaciuto, condividilo!Una rappresentazione del futuro digitale e interattivo del sistema scolastico che potrebbe apparire visionaria, eppure la transizione è già iniziata e chi non si adegua è destinato ad estinguersi. […]
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Una rappresentazione del futuro digitale e interattivo del sistema scolastico che potrebbe apparire visionaria, eppure la transizione è già iniziata e chi non si adegua è destinato ad estinguersi.

La società moderna è caratterizzata da una profonda trasformazione che ne sta sempre più velocemente cambiando presupposti e dinamiche. La progressiva terziarizzazione del mondo del lavoro, l’evoluzione qualitativa di cittadini e lavoratori, i processi decisionali sempre più rapidi e globali, nonché l’esplosione di informazioni e conoscenze sono solo i più evidenti tra i tanti aspetti di questa trasformazione. Strumento e volano di tutti questi processi sono le moderne tecnologie digitali, l’elettronica, l’informatica, le telecomunicazioni e tutte le loro molteplici combinazioni, con il cuore del cambiamento costituito dalle informazioni, dalle conoscenze, dalle nozioni scientifiche, dal pensiero razionale e dalle risorse umane.

Le tecnologie digitali stanno trasformando tutti gli aspetti della nostra vita, sebbene spesso non ci facciamo caso. Questo uso sempre più rapido, complesso, diffuso e costante delle informazioni ci permette di generare nuove frontiere virtuali per la conoscenza, il pensiero e il progresso civile, sociale e umano. Le informazioni digitali sono il nuovo linguaggio attraverso il quale comunichiamo e interagiamo giorno dopo giorno, sono il contenuto dal quale attingiamo una parte crescente della nostra conoscenza, sono un elemento sempre più insostituibile della nostra esperienza quotidiana, interagiscono con le nostre facoltà di percezione, memorizzazione e interpretazione, concorrono alla manipolazione e alla formazione della nostra realtà.

 

I nativi digitali come spinta verso il cambiamento

In questa società, in cui la conoscenza è supportata dalle moderne tecnologie digitali, con la loro velocità, l’enorme quantità di informazioni veicolate e la possibilità di relazionarsi in tempo reale con più soggetti e più fonti, la forza trainante è costituita dai giovani, dai cosiddetti nativi digitali (Digital Natives, Digital Immigrants, 2001, Marc Prensky), ovvero da coloro che sono nati e cresciuti quando computer, smartphone, tablet e touchscreen erano già strumenti onnipresenti della vita quotidiana. Sono loro, i nativi digitali, a rappresentare al meglio i cambiamenti di tipo cognitivo, comunicativo e comportamentale indotti dalle nuove tecnologie, nonché le nuove modalità con cui la conoscenza e la cultura si sviluppano e si diffondono.

Stiamo infatti migrando verso un nuovo modello di cultura convergente che ha come elemento centrale il concetto di intelligenza collettiva, dove nessuno conosce tutto, tutti conoscono qualcosa e l’intera conoscenza risiede nell’umanità. Grazie ai dispositivi digitali costantemente connessi ad Internet si sta affermando uno stile comunicativo fortemente contraddistinto dalla relazione interattiva, dalla produzione e dalla condivisione di contenuti generati dai singoli individui, da velocità, efficacia ed efficienza di comunicazione. Per molti di noi tutto questo è vissuto appunto come una progressiva migrazione, ma per i nativi digitali è già realtà perché ci sono nati e le tecnologie digitali sono parte integrante della loro identità individuale e sociale.

Una realtà che sono però costretti ad abbandonare quando varcano la soglia degli istituti scolastici, quasi come attraversassero uno stargate che li riporta forzatamente indietro nel tempo per qualche ora ogni giorno. Passano di colpo da una realtà collaborativa e interattiva ad un antiquato meccanismo di interazione unidirezionale per il quale non sono affatto predisposti e nei confronti del quale, gli adolescenti in particolare, danno già segni visibili di un rifiuto verso linguaggi, stili di apprendimento e grammatiche cognitive che non appartengono loro e che la scuola si ostina a riproporre immutati.

 

La nuova missione della scuola

La scuola, per prima, è chiamata a confrontarsi con questa nuova generazione di nativi digitali, nuovi studenti che non possono più essere considerati come fogli bianchi su cui scrivere da zero, né come spugne in fremente attesa di assorbire nozioni e metodologie. Grazie alla comunicazione interattiva, essi arrivano già preparati su molti concetti e, soprattutto, sull’uso rapido ed efficace delle tecnologie digitali. Così la scuola, come istituzione, si ritrova di fatto con una nuova missione: predisporre gli studenti a vivere da protagonisti la moderna società delle tecnologie digitali, insegnare loro a cogliere attivamente le potenzialità positive che queste offrono, trasformare le molteplici informazioni disponibili in conoscenze e cultura, abbracciando e valorizzando i nuovi stili di apprendimento dei nativi digitali, attraverso i quali sarà più semplice personalizzare e rendere straordinariamente efficaci gli apprendimenti.

Oggi nel corpo professionale italiano, contraddistinto da un’età media piuttosto alta, prevalgono inevitabilmente atteggiamenti conservativi, difensivi e di rigetto verso le moderne tecnologie, molti insegnanti sono poco propensi e ancor meno supportati verso un uso didattico ordinario, tanto da far registrare il più basso livello di coinvolgimento sul tema con gli alunni (solo il 65% contro una media europea del 73% – Dati EU Kids Online e OssCom 2013). Quasi il 90% degli istituti scolastici italiani è dotato di computer e laboratori informatici, circa l’80% ha una LIM, ma purtroppo solo il 10% degli istituti usa frequentemente Internet per la didattica ordinaria (il 56,4% degli studenti non l’ha mai utilizzata) e solo un misero 1% fa uso continuativo delle LIM (il 53,8% delle quali giace inutilizzato, mentre il 28,8% patisce un uso alquanto sporadico – Dati Eurispes e Telefono Azzurro 2013).

Molti insegnanti, a causa della scarsa e saltuaria formazione specifica, non si sentono ancora sufficientemente sicuri per supportare gli alunni sulle esperienze digitali, così come molti si limitano giocoforza ad adottare le moderne tecnologie nell’ambito di progetti specifici che, seppur innovativi, si affiancano a latere alla didattica ordinaria. Molti docenti sono di fatto immigrati digitali, alcuni addirittura tardivi digitali, e le moderne tecnologie spesso sono per loro lingua seconda, mentre per i nativi digitali sono la lingua madre. Senza dimenticare il comprensibile timore degli insegnanti di perdere il controllo su modalità, strumenti, contenuti e processi di apprendimento consolidati e storicamente fondati sulla presenza in aula e sul libro di testo.

Tutto questo non fa che aumentare sempre più il divario docente-discente sull’uso e la conoscenza delle nuove tecnologie, togliendo interesse verso l’attività didattica, giudicata noiosa e frustrante. Per la prima volta nella storia stiamo assistendo a bambini e ragazzi che su determinati temi ne sanno più dei loro docenti, muovendosi a proprio agio nel ribaltamento della tradizione in cui erano gli insegnanti a sapere e i ragazzi a dover imparare. Comincia ad andare in crisi l’autorità docente old style fondata sul possesso di un sapere da trasmettere che sta velocemente sfumando per trasferirsi sempre più online.

 

La flipped classroom

In questo scenario comincia a farsi strada e a diffondersi il sistema della flipped classroom (letteralmente classe capovolta), già utilizzato in Stati Uniti e Nord Europa, in cui l’uso di moderne tecnologie didattiche inverte il tradizionale schema di insegnamento-apprendimento e il rapporto docente-discente. Il sistema non prevede più il solo uso di testi scritti o stampati ma anche di contenuti multimediali, risorse web e simulazioni ormai ampiamente reperibili online, che vengono selezionati dal docente e caricati su piattaforme di e-learning o social media per consentire agli studenti di approfondirne la conoscenza fuori dalla classe, a casa, in biblioteca e in luoghi di aggregazione, da soli o in compagnia.

La preparazione degli argomenti viene quindi svincolata dalla presenza in classe e, sfruttando la pervasività dei dispositivi digitali e l’onnipresenza della connessione Internet, l’atto di studiare e fare i compiti viene automaticamente trasferito in qualsiasi altro posto, orario o situazione. Poiché la preparazione avviene prima, i contenuti appresi attraverso le nuove tecnologie, una volta in classe con l’insegnante, possono diventare oggetto di lavoro, discussione e attività cooperative mirate a sperimentare le conoscenze acquisite. Successivamente, test e verifiche possono essere realizzate anch’esse fuori dalla classe sfruttando le medesime piattaforme di e-learning e collaboration.

La trasformazione didattica è radicale: la classe non è più il luogo di mera trasmissione unidirezionale di nozioni, ma diventa spazio di lavoro, collaborazione, discussione e confronto fra pari e con il docente, un luogo dedicato alla sperimentazione e all’apprendere attraverso l’esperienza secondo i principi di John Dewey e Maria Montessori. Meno tempo dedicato alla lezione frontale, più tempo per problem solving cooperativo, collaborazione, condivisione, monitoraggio, esperienza, revisione razionale e collettiva dei risultati. Non più l’antico meccanismo basato sulla sequenza leggere–studiare-ripetere, bensì la soluzione di problemi in maniera attiva, partecipata, in una transizione più o meno analoga a quella dalla televisione (unidirezionale con fruizione passiva) al Web 2.0 (interazione multidirezionale e partecipazione attiva). Nel sistema della flipped classroom tutti i ruoli vengono rimessi in discussione e ogni attore, dirigente, docente o studente, diventa parte attiva nella produzione e nella circolazione del sapere, con gli insegnanti che possono beneficiare anch’essi del radicale mutamento nelle modalità di acquisizione di conoscenze e competenze.

Cambia certamente il ruolo dello studente, decisamente più attivo, più protagonista del processo di apprendimento, più responsabilizzato dalla collaborazione con i pari, maggiormente valorizzato nelle sue competenze digitali e nelle abilità maturate. Ma cambia soprattutto il ruolo del docente, che non può più essere solo un semplice erogatore di informazioni, perché le nuove tecnologie lo superano ormai nettamente in quantità e qualità di informazioni e conoscenza. Un tale sistema richiede docenti realmente predisposti (e ben disposti) verso una nuova didattica. Non basta solo attrezzare gli istituti con strumentazioni sofisticate e all’avanguardia, ma urge abbandonare i metodi tradizionali di insegnamento cattedratico e unidirezionale, privilegiare negli allievi processi di apprendimento collaborativo e autonomo, svestendo il consunto abito da esclusivi detentori del sapere.

Il docente 2.0 dovrà insegnare metodi rigorosi di studio ed apprendimento, offrire strumenti di analisi critica della realtà, insegnare a cogliere il vero significato delle cose, a ordinare le informazioni. Dovrà suscitare interesse e sensibilità, suggerire valori e principi etici, orientare i propri studenti verso scelte motivate e autonome, potenziare gli atteggiamenti di tolleranza, dialogo e collaborazione, indicare un uso proficuo e costruttivo dei dispositivi digitali e delle moderne tecnologie. Ciò costituirà un vero e proprio potenziamento della figura del docente, anziché un indebolimento, poiché egli integrerà più competenze disciplinari e digitali insieme, rafforzando attitudini di tutoring (allestimento della didattica digitale e del programma di attività in presenza e online), di coaching (guida nella conoscenza collaborativa) e mentoring in presenza e online.

In sintesi, dovrà insegnare ad imparare e insegnare ad essere, impegnandosi in prima persona ad azzerare il divario docente-discente e assurgendo a protagonista del passaggio dal sapere unidirezionale (uno a molti) al sapere circolare e pluridimensionale (molti a molti). È fondamentale comprendere che il processo è già avviato, è inarrestabile e chi non sarà in grado di adeguarsi verrà inevitabilmente escluso dagli eventi e bollato come antiquato e inadatto.

 

Infrastrutture digitali, BYOD e sicurezza

Ovviamente è altrettanto fondamentale che gli istituti scolastici siano dotati di infrastrutture digitali moderne: connessione a banda larga (irrinunciabile), accesso wireless, piattaforme di e-learning, collaboration e virtual learning environment (classi virtuali), webcam, LIM, videoproiettori, e-reader, tablet e via dicendo. La transizione non è certo semplice, poiché all’insufficiente competenza digitale e metodologica specifica dei docenti si affiancano l’inconcludenza e l’immobilità dello Stato, che si è dimostrato finora assolutamente inadeguato nel promuovere e supportare un’eventuale rivoluzione della scuola in tal senso.

Negli ultimi 15 anni la quasi totalità della classe dirigente italiana ha evidenziato una grave sottovalutazione delle carenze di infrastruttura digitale e di relative competenze nella scuola, con l’ultimo intervento strutturale organico risalente al lontano 1996 quando il Ministro Berlinguer attuò il Piano di Sviluppo delle Tecnologie Didattiche (PSTD). Fanno eccezione solo gli interventi del piano Scuola Digitale (LIM, Classi 2.0 e Scuola 2.0) del Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca, nonché la piattaforma dell’Istituto Nazionale di Documentazione, Innovazione e Ricerca Educativa (INDIRE) con i portali FOR Docenti e FOR Dirigenti che hanno però risentito della scarsità di risorse economiche a disposizione.

Secondo recenti studi del Politecnico di Milano e dell’Università Bocconi, l’adeguamento dell’infrastruttura digitale nell’intera scuola italiana richiederebbe investimenti nell’ordine di 7-9 miliardi di euro, una cifra semplicemente irraggiungibile. Una possibile alternativa è rappresentata dal crescente fenomeno del BYOD (Bring Your Own Device), ovvero l’adozione di dispositivi digitali personali in ambito aziendale, che potrebbe essere mutuato anche in ambito scolastico, diminuendo notevolmente il fabbisogno di strumenti, soprattutto nelle classi medie e superiori nelle quali la quasi totalità degli studenti dispone di uno smartphone o di un tablet.

In un’epoca di forte standardizzazione di formati multimediali e di rendering web, con soli tre sistemi operativi mobile piuttosto user-friendly e analoghi fra loro, l’adozione di dispositivi digitali eterogenei non è più un ostacolo, casomai un vantaggio. In più l’adozione di dispositivi personali consentirebbe di poter fruire dei contenuti scaricati e consultati in classe anche a casa o fuori, senza necessità di effettuare nuovi download. Ecco che, con il 90% di scuole dotate di computer, l’80% dotate di LIM e il 71,1% dotate di connessione Internet, un’infrastruttura minimale che consentirebbe di migrare lentamente verso la flipped classroom è quasi a portata di mano. Sarebbe sufficiente, infatti, completare la dotazione di LIM e banda larga, introdurre il wireless dove non è disponibile e autorizzare il BYOD.

Infine, la digitalizzazione delle scuole e l’evoluzione dei docenti 2.0 aprirebbe finalmente la strada alla formazione e all’educazione sulla sicurezza online per gli studenti che, in quando figli e minori, hanno assoluto bisogno di essere adeguatamente protetti nelle loro esperienze in Internet e dotati degli strumenti cognitivi atti ad individuare, riconoscere, gestire ed evitare i potenziali rischi online. Rischi come la violazione del copyright, intrusioni, fughe di informazioni, contenuti e giochi inappropriati e dannosi, autolesionismo, dipendenza da Internet, cyber bullismo, cybersesso, sexting, cyber pedofilia e adescamento. Parlerò di questi specifici argomenti giovedì 10 aprile all’evento “Figli e Internet – Conoscerli per proteggerli” presso l’Istituto Comprensivo “Donatello” di Padova dove presenterò il programma “I nativi digitali e l’avventura nella grande rete” e cercherò, nel mio piccolo, di far passare questo messaggio: consapevolezza, educazione e formazione.

 

L’indispensabile evoluzione della scuola

L’intero sistema scolastico è chiamato a riconoscere il ruolo sempre più centrale della conoscenza nella nostra società, della cognizione dei problemi, della comunicazione interpersonale e di quella interattiva multidimensionale. La vera transizione che si prospetta va dal mero sapere (conoscenza inerte) al saper fare (conoscenza attiva) e passa inevitabilmente per l’adozione delle moderne tecnologie digitali. Urge, inoltre, annullare il divario docente-studente attraverso un radicale cambio culturale di tutti gli attori in gioco, con l’obiettivo obbligato di adeguare l’offerta formativa scolastica ad una domanda che è già di fatto profondamente cambiata. Le tecnologie digitali sono una realtà sempre più presente e pervasiva, chiudere gli occhi non serve a nulla, così come temporeggiare può portare solo ad un fallimento.

Serve una purificazione del ruolo e dell’identità dell’intero sistema scolastico. Serve individuare i metodi più adeguati per fornire più conoscenza e meno informazione, più creatività e meno ripetitività, più senso critico e meno passività, più ricerca e meno compilazione, più immaginazione e meno imitazione, più originalità e meno omogeneizzazione, più singolarità e meno generalizzazione. Solo attraverso questa metamorfosi la scuola potrà assolvere al meglio la missione di preparare e predisporre i giovani a dominare da protagonisti l’attuale cambiamento sociale, fortemente legato all’esplosione delle conoscenze e all’innovazione tecnologica, rispettando le loro personali attitudini e potenzialità, promuovendo e potenziando la loro capacità di pensare, scoprire, porre e risolvere problemi.

A chi non piacerebbe frequentare una scuola così?

 

Ettore Guarnaccia

 

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3 Comments

  1. La mia segnalazione sul tema al portale “La Buona Scuola” organizzato dal MIUR per la consultazione generale sul nuovo programma ministeriale: FLIPPED CLASSROOM: LA NUOVA MISSIONE DEL SISTEMA SCOLASTICO nella sezione “OGNI SCUOLA CONNESSA”.

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