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Quelle due maledette fasi aggiuntive della gestione del rischio

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La gestione del rischio prevede quasi sempre due particolari fasi che non trovano riscontro nella letteratura e negli standard di settore. Due fasi che sono in grado di minare alle fondamenta qualsiasi processo di trattamento dei rischi. Scopriamole insieme.

Le fasi previste dalla gestione del rischio sono più o meno le stesse in tutti gli standard e le metodologie internazionali, come l’ISO 31000 o il Management of Risk (M_o_R). Se suddividessimo ipoteticamente l’intero processo di gestione del rischio in due macro fasi, infatti, avremmo sostanzialmente una fase di analisi (o assessment) e una fase di trattamento dei rischi.

La fase di analisi comprende generalmente operazioni come l’avviamento del processo, l’identificazione del contesto, l’identificazione, la stima e la valutazione dei rischi e le analisi qualitative e quantitative.

La fase di trattamento, successiva a quella di analisi, comprende operazioni come la pianificazione degli interventi di mitigazione dei rischi, la loro implementazione, il monitoraggio dei piani di trattamento e il controllo continuativo sullo stato dei rischi.

Eppure esistono due specifiche fasi aggiuntive che ho immancabilmente, e mio malgrado, incontrato in tutti i processi di gestione del rischio della mia pluriennale esperienza e che non trovano riscontro in alcun documento di standard.

Sono le fasi di edulcorazione ed elusione.

Entrambe sono generalmente posizionate fra le canoniche fasi di analisi e trattamento, più precisamente subito dopo l’emissione del report di analisi del rischio (o risk assessment). Spesso e volentieri si svolgono in sequenza, prima l’edulcorazione e poi l’elusione.

Come vedremo, queste due fasi possono impedire l’esecuzione della fase di trattamento o, comunque, ne minano alla base l’efficacia e il buon esito finale.

 

La fase di edulcorazione

Questa fase non richiede un particolare innesco poiché si avvia spontaneamente con la prima visione del report di analisi del rischio. Solitamente è il manager o il dirigente che, suo malgrado, si ritrova a subire la responsabilità del processo di gestione del rischio, ad innescarla nell’esatto momento in cui posa gli occhi sul sommario dei rischi rilevati (che è, e rimarrà, l’unica pagina veramente presa in considerazione dell’intero documento).

È possibile accorgersi dell’avvenuto innesco della fase di edulcorazione quando si odono frasi come “questo non possiamo dirlo!”, “ah, ci sono troppi rischi elevati!” o “non si possono usare colori meno forti?”. Questo è solo l’inizio di una fase prolungata, difficile e complicata per l’analista del rischio, che si ritrova di fatto a dover inventare un nuovo standard in totale deviazione dai più logici criteri di buon senso e di opportunità.

Ecco che, sotto la tremenda pressione del ricatto psicologico, egli si trasforma dapprima in un maestro d’arte contemporanea in grado di scovare tutte le tonalità di rosso esistenti in natura che tendano fortemente verso i toni del giallo e del verde, quindi in un linguista talmente fine da far impallidire Noam Chomsky e in grado di effettuare veri e propri voli semantici e lessicologici che farebbero passare una metastasi terminale ai polmoni come un semplice raffreddore.

Questa fase è in grado di distruggere l’autostima e la reputazione di qualsiasi analista del rischio ma consente di operare miracoli degni delle nozze di Cana: come della semplice acqua fu trasformata in ottimo vino, ecco che anche i rischi più gravi riescono ad essere tramutati in semplici warning, talvolta quasi in opportunità!

 

La fase di elusione

La probabilità d’innesco di questa fase è inversamente proporzionale alla riuscita della precedente fase di edulcorazione. Detta anche “fase dei crampi della mano dominante” (dal nome della patologia più frequentemente osservabile), questa particolare fase è in grado di risollevare, almeno in parte, l’umore dell’analista che ormai non può fare altro che assistere e sogghignare.

Essa, infatti, coincide esattamente con il momento dell’apposizione della firma per approvazione sul documento finale di analisi del rischio, prima che questo venga inoltrato alle più alte sfere della direzione aziendale. Non importa che il firmatario sia il risk manager, il business owner, il manager di linea o una qualsiasi altra figura di responsabilità, perché la fase di svolge più o meno con le medesime modalità.

Mentre l’esito è quasi sempre lo stesso, ovvero la mancata firma per approvazione del documento di risk assessment, le tecniche di elusione variano in funzione della creatività e della furbizia del firmatario di turno. Oltre al “crampista” che esibisce prontamente il certificato medico di inabilità prolungata a causa di crampi alle articolazioni della mano dominante deputate alla scrittura, esiste infatti una varietà di personaggi altrettanto elusivi della fatidica firma.

Ad esempio, c’è il “procrastinatore” che adduce una miriade di motivazioni di sicurezza nazionale e di questioni di vita o di morte, con l’obiettivo di temporeggiare e rimandare il più possibile nel tempo l’approvazione del fatidico documento, quasi come se i rischi, invecchiando in appositi cassetti di rovere, potessero acquisire un gusto più morbido e dolce. C’è poi il “Fantômas”, dotato di intelligenza diabolica, abilissimo nei travestimenti e in grado di ordire complicatissimi intrighi con l’obiettivo di sfuggire al suo nemico giurato, la firma, per l’appunto.

Oppure il “collezionista”, manager particolarmente ansioso ed insicuro che, prima ancora di pensare alla sola ipotesi di apporre una firma sul risk assessment, esige che vengano prima raccolte e collezionate decine di firme come garanzia, da quella dell’analista (ovviamente) fino a quella del tecnico manutentore della stampante che ha sfornato il documento. Oppure ancora il grande ”Houdini” che, nonostante venga avvinghiato in una nutrita serie di catene regolamentari e gerarchiche, quindi immerso in una vasca colma di responsabilità, riesce immancabilmente a liberarsene e a riemergere. Sempre.

 

Come già detto, questo articolo deriva dalla mia personale e lunga esperienza sul campo, durante la quale ho dovuto sempre lottare per superare il più possibile indenne queste due complicate ed estenuanti fasi. Non è mai stato facile riuscirci e il mio pensiero va ai tanti risk analyst e agli addetti alla gestione del rischio che, in un mondo dove la finzione supera quasi sempre la realtà dei fatti, lottano là fuori per far rispettare la propria professionalità e per salvaguardare la propria dignità.

Sappiate che non siete soli.

 

Ettore Guarnaccia

 


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