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Il cyber elefante e la memoria (diffusa) ai tempi dei social

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Sento parlare da anni di tutela della privacy, salvaguardia della propria reputazione e diritto all’oblio nell’ambito del dibattito globale legato a Internet, web e social media condotto da giuristi, filosofi e sedicenti esperti. Dibattito che è nato con l’avvento di Internet ed è esploso con la diffusione di massa dell’uso dei social network, tanto che oggi moltissime persone conoscono il significato della privacy e come questo si applichi alla propria persona. Tuttavia moltissime persone non sono minimamente consapevoli del fatto che la tutela della propria privacy è un diritto primariamente sotto la propria responsabilità, un diritto che viene ripetutamente violato da fenomeni come l’oversharing e lo sharenting, cioè quando ci si profonde nella pubblicazione online di informazioni e immagini di sé e del proprio nucleo famigliare (soprattutto dei propri figli) senza un giustificato motivo se non quello di raccogliere apprezzamenti e commenti. Siamo noi i principali responsabili della tutela della nostra privacy, anche se tanti l’hanno dimenticato o non l’hanno mai capito.

Discorso analogo per la reputazione, che non è un qualcosa che gli altri ci attribuiscono arbitrariamente, bensì il prodotto di ciò che noi dimostriamo di essere sia nel mondo reale sia online. Soprattutto online. Etichette come “alcolizzato”, “razzista” o “troia” deriva proprio da ciò che si è pubblicato online e dalla percezione che questi contenuti suscitano nel pubblico. Se il tuo profilo Instagram pullula di fotografie che ti ritraggono stravolto e con il bicchiere in mano, è facile che ti si consideri un soggetto abituato ad alzare il gomito, quindi inaffidabile. Se hai riempito Facebook di commenti offensivi indirizzati a extracomunitari o di like apposti ad articoli discriminatori, non ti stupire se gli altri utenti ti considerano un intollerante verso determinate etnie o tipologie sociali, quindi da evitare. Se su TikTok ti produci in balletti palesemente conditi di ammiccamento sessuale in cui esponi in primo piano il fondoschiena e le altre beltà di cui la natura ti ha dotato, è ovvio che l’audience maturi la percezione che tu sia di facili costumi, con tutto ciò che ne consegue. Con l’aggravante che la percezione altrui contribuisce in maniera determinante a definire la nostra identità.

Discorso a parte, invece, per il diritto all’oblio, per il quale la questione è più complicata. Moltissimi utenti ignari del web e dei social si comportano come se le azioni che commettono online, ciò che scrivono e quello che pubblicano, possano essere completamente rimossi e pubblicamente negati in qualsiasi momento. Come se la reputazione che ci si è costruiti online possa essere resettata e ricostruita ex novo, come se il pubblico possa essere sparaflashato con il neuralizzatore dei Men in Black e dimenticare di colpo tutto ciò cui aveva assistito in precedenza.

Ma la realtà è molto meno rassicurante, in Internet il rispetto del diritto all’oblio è una chimera, un’illusione, una fantasia. Una volta che abbiamo violato più volte la nostra stessa privacy pubblicando laqualunque e ci siamo costruiti una reputazione pubblica negativa, tornare indietro è pressoché impossibile. Tutto ciò che pubblichiamo, infatti, diviene proprietà delle piattaforme online, che lo conservano per sempre e possono condividerlo con terze parti senza alcuna autorizzazione preventiva da parte nostra (leggere le condizioni e i termini d’uso per credere). Non solo, qualsiasi contenuto pubblicato può essere scaricato sui dispositivi degli utenti, ricaricato e ripubblicato su altre piattaforme, condiviso e inoltrato tramite vari social e strumenti di messaggistica, integrato nelle discussioni di forum tematici (anche di tipo compromettente) e immesso nelle reti distribuite P2P o in ambienti ancor meno controllabili come Deep Web e Dark Web. Più il contenuto è interessante, minore sarà il tempo necessario perché diventi virale e raggiunga milioni, se non miliardi, di utenti in tutto il mondo, a opera di algoritmi sempre più asettici, tremendamente efficaci e pensati per favorire al massimo la diffusione dei contenuti e l’interazione degli utenti. Inoltre, lasciatemi dire, in questi tre lustri di social si è affermata una legge indiscutibile: se non sei una celebrità, il maggior numero di follower e visualizzazioni si ottiene attraverso l’esposizione del proprio corpo e il riferimento sessuale esplicito (per il sesso femminile) o proponendo demenzialità, futilità e dimostrazioni di profonda ignoranza. Non temo smentite su questo.

Internet, web e social non dimenticano, ogni contenuto pubblicato può restare online per sempre senza possibilità di rimozione completa e definitiva. Il passato online non è cancellabile in alcun modo e la percezione generata nel pubblico rimane inalterata per anni, in una sorta di memoria collettiva distribuita e autoalimentante. Alcuni social hanno provato a introdurre contenuti effimeri come le storie di Instagram e Facebook, oppure lo stato di WhatsApp, ma 24 ore di visibilità sono un’eternità nel mondo digitale e anche questi contenuti sono scaricabili, condivisibili e ripubblicabili tanto quanto quelli tradizionali.

Se ne sono accorti molti politici, che hanno tentato ingenuamente o con faccia tosta di rinnegare pubblicamente le scomode dichiarazioni passate, che sono state puntualmente scovate e riproposte da utenti solerti per sconfessarli. Lo hanno provato sulla loro pelle tante celebrità che hanno prodotto contenuti sessualmente espliciti e compromettenti che sono finiti online e che ne hanno creato una reputazione pubblica non certo edificante. Lo dimostrano i tanti casi di cyberbullismo, hate speech, adescamento, revenge porn, sextortion e incitamento all’odio, nei quali i rispettivi perpetratori hanno tentato di negare qualsiasi coinvolgimento, finendo comunque condannati a pagarne le conseguenze grazie alle evidenze fornite da web e social. Per non parlare delle vittime, cadute in forte depressione, spesso costrette a cambiare scuola e città, se non addirittura a ricorrere al suicidio, perché schiacciate dal peso di qualcosa di insopportabile e incancellabile. Ancora oggi, a distanza di anni, è possibile recuperare abbastanza facilmente i filmati di tanti casi sventurati come quelli di Forza Chiara da Perugia (1998) e Tiziana Cantone (2015).

Un tempo si sosteneva che la gente tendesse a dimenticare troppo facilmente ciò che accade, assolutamente vero, ma oggi abbiamo a disposizione una base dati enorme a livello planetario che è in grado di riportare all’attenzione degli utenti qualsiasi evidenza e rinfrescare così la memoria, la percezione e la considerazione del pubblico verso le vittime della pubblicazione scriteriata della propria vita. Vittime spesso di sé stesse.

L’avvento di Internet, web e social ha cambiato profondamente la società, modificando i comportamenti e il modo di pensare delle persone. La ricerca di approvazione e riconoscimento che è innata nell’essere umano (soprattutto in adolescenza), la spinta incessante dei social a pubblicare contenuti personali, il desiderio di gratificazione alimentato da una realtà sempre meno soddisfacente, uniti all’avere sempre a portata di mano uno smartphone, costituiscono un mix terribilmente pericoloso per la privacy, la reputazione e il diritto all’oblio della gente. Tutto il nostro passato online “scomodo” può ripresentarsi in qualsiasi momento e pesare sulle scelte nostre e altrui.

Può avere un peso per gli studenti sulla considerazione dei propri compagni e amici. Può avere un peso quando si cerca lavoro, visto che ormai oltre il 90% dei recruiter va a consultare i profili social dei candidati per fare preselezione ed escludere tutti coloro che non hanno un’immagine in linea con quella che l’azienda vuole proporre. Può avere un peso sulla propria immagine quando ci si propone pubblicamente come professionista o per un incarico politico o di pubblica amministrazione. Può avere un peso difficile da sopportare, soprattutto quando qualcuno è intenzionato a sfruttarlo spietatamente per danneggiarci o per proprio tornaconto.

La soluzione? Evitare, punto! Evitare di pubblicare informazioni e contenuti su di sé, sul proprio nucleo famigliare e sulla propria vita, soprattutto se non vi è alcuna necessità. Evitare di produrre contenuti e di affidarli alla tecnologia (dispositivi, memorie, social, piattaforme cloud, ecc.) con il rischio che questi possano diventare pubblici da un momento all’altro a causa di vulnerabilità, violazioni, smarrimento o sottrazione. Evitare a maggior ragione di condividerli con altre persone che potrebbero tradire la nostra fiducia per svariati motivi o che potrebbero diventare veicolo di smarrimento, sottrazione o condivisione involontaria. Ciò che è privato deve restare tale, a tutti i costi, senza compromessi indotti da compagnie tecnologiche sempre più avide di informazioni e contenuti sui quali fare business. Prima di condividere qualsiasi cosa è bene pensare a quale immagine pubblica si vuole dare di sé, a quale reputazione vogliamo costruirci nei confronti del mondo. Tutto questo deve essere insegnato ai bambini fin dalla più tenera età, esattamente come si fa in famiglia con le classiche raccomandazioni di guardare bene da ambo i lati prima di attraversare la strada e di non dare retta agli sconosciuti, e come si dovrebbe fare a scuola nell’ambito dell’educazione civica e della preparazione degli studenti a diventare adulti consapevoli e cittadini responsabili.

Esistono delle leggi che indirizzano questi aspetti, a partire dalle leggi e le regolamentazioni sulla privacy a quelle relative a cyberbullismo e revenge porn, che prevedono la rimozione tempestiva e definitiva dei contenuti incriminati. E niente, fa già ridere così. Le leggi servono solo a condannare i colpevoli dopo aver commesso il fatto e solo quando il danno alla privacy, all’immagine e alla reputazione della vittima è già stato fatto ed è irreversibile.

La prevenzione non si fa con le leggi, ma con l’educazione, la consapevolezza, la conoscenza, la competenza, l’insegnamento di comportamenti responsabili, la promozione del senso critico e della capacità di visione a lungo termine e di considerazione delle possibili conseguenze delle proprie azioni.

Ribadisco: Internet, web e social sono come un elefante digitale dalla memoria molto lunga, vasta e distribuita. Tutto ciò che riguarda la nostra sfera privata e diventa pubblico, molto probabilmente resterà pubblicamente disponibile per sempre, senza alcuna garanzia di rimozione. Pensiamoci prima di produrre contenuti compromettenti o di rendere pubbliche parti riservate e intime della nostra vita, perché il nostro passato digitale potrebbe tornare a trovarci nel presente quando meno ce l’aspettiamo. Potrebbe non essere piacevole.

Ettore Guarnaccia


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